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L’ASSOCIAZIONE STORICA CULTURALE, “PROGETTO CENTOLA”,HA DEDICATO IL CALENDARIO 2020 AL TEMA:

“ARTIGIANI E ANTICHI MESTIERI”

CON LA PUBBLICAZIONE DI QUESTO CALENDARIO, SI E’ INTENSO PORRE L’ACCENTO SU COME IL SAPERE, ALLA BASE DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI, SIA UN BENE CULTURALE IMMATERIALE

DA CONSERVARE NELLA MEMORIA E PORTARE A CONOSCENZA DEI GIOVANI, AFFINCHÉ LO TRASMETTANO A QUELLI CHE SEGUIRANNO.

IMMAGINI CHE RIPRODUCONO SIA LA COPERTINA SIA LA PAGINA DEL MESE DI FEBBRAIO SONO SOTTO POSTATE INSIEME CON LA RIPRODUZIONE DELLE SINGOLE FOTO PER UNA MIGLIORATA VISIONE DELLE STESSE.

QUI DI SEGUITO È RIPORTATO IL TESTO DELL’INTERVENTO CHE MARIA DI MASI TENNE IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL CALENDARIO A CENTOLA IL 30 OTTOBRE 2019

Ezio Martuscelli

 

“Il nobile mestiere del sarto e il suo valore sociale”

di Maria Di Masi

Mi è stato dato questa sera il compito di parlare del lavoro del sarto, proprio perché questo mestiere è stato a lungo e da tanti membri della mia famiglia praticato, Ma prima di iniziare brevemente il racconto dei miei ricordi, vogli narrarvi un piccolo episodio capitatomi qualche anno fa mentre stavamo preparando uno dei tanti carnevali che abbiamo organizzato a Centola.

Quell’anno avevamo deciso di trattare come argomento e quindi cucire dei vestiti sulle fiabe. Mi trovavo con l’indimenticabile zia Peppa nei locali del centro sociale per cucire i vestiti e dovevamo realizzare i costumi dei nanetti per i bambini, allora zia Peppa mi disse: “Maria li sai tagliare?” io le risposi: “Sì zia Peppa ora ci provo!”. Presi la stoffa e le forbici e mi appestai a tagliare, con un fare sicuro, i gilè e i pantaloni. Mentre stavo tagliando, a un tratto avvertii la sensazione di sentirmi osservata, alzai gli occhi e vidi chezia Peppa era lì, ferma ad osservarmi, con un sorriso sulle labbra e un’aria incredula, ma soddisfatta. La guardai e lei con orgoglio mi disse: “Figli ri ‘atti, acchiappanusurici” (i figli dei gatti prendono i topi). Quelle parole non le ho mai dimenticate e ogni volta che cucio le mie bambole o mi diverto a realizzare modelli per costumi… ricordo quelle parole che mi fanno riflettere: nel mi DNA, nella mia storia, ella storia della mia famiglia ci sono stati i miei antenati che hanno avuto il dono della creatività, della destrezza e dell’abilità nel creare abiti.

Il mestiere del sarto è senza dubbio tra i più affascinanti e creativi. Vestire uomini e donne con eleganza, con garbo, con classe, non è cosa da poco. Devono fondersi estro e abilità, creatività e gusto del bello, senza mai scendere nel pacchiano o nel volgare. Il sarto è colui che confeziona vestiti su misura creando modelli, secondo sì le indicazioni del cliente, ma mettendoci molto del suo nel tagliare e cucire il vestito. Cercando di tenere a freno l’emozione mi lascerò andare ai ricordi della mia infanzia, ai racconti della mia nonna paterna e alle testimonianze di oggi di mia zia e di mia madre.

Ricordi dominati dagli arnesi in una bottega del sarto… sì perché la mia famiglia è una famiglia di sarti. L’era il capostipite Francesco De Masi (detto Ciccio), padre di mia nonna, uomo brillante, sapeva fare più mestieri, abile sarto e aiutante del medico del paese dell’epoca. Uomo colto, molo radicato nel tessuto sociale fino a rivestire cariche politiche, coraggioso, lo dimostrava anche la sua mole imponente e i lunghi baffi. Sarti i figli: zia Clara, zio Francesco e anche zio Peppino anche se quest’ultimo arruolato in polizia ha raggiuto la carica di ispettore a Roma. Sia zia Clara che zio Francesco erano stati discepoli di Ranavolo (detto ‘u sciccu). Zia Clara, credo sia una delle sarte più ricordate, una donna molto bella dall’aspetto esile, fiero ed elegante. Emanava forte personalità, quasi ammaliatrice. Era un punto di riferimento per le donne centolesi. Aveva una personalità ecclettica sapeva destreggiarsi tra la cucina, il cucito, il ricamo e l’arte dello scrivere, a richiesta scriveva lettere d’amore agli innamorati lontani. Anche lei faceva la sarta in casa, in via Pergola, tante le sue allieve. Divenne talmente brava da confezionare persino abiti da sposa che hanno fatto storia per l’eleganza e la raffinatezza. Quando emigrò in America del nord portò con sé la sua are e i suoi arnesi di lavoro e anche lì si distinse per la sua eleganza e il su buon gusto nelle opere di ricamo e di cucito.

Qui a Centola è rimasto vivo il ricordo di Clara per la sua bellezza e bravura. Il fratello, zio Francesco, ha fatto il sarto a Centola e anche in Ameria prima del Nord e poi del Sud. Nonna Maria invece, non era una sarta certosina, ma liberava la sua creatività nel confezionare pantofole di stoffa, soprattutto con la stoffa che arrivava a casa attraverso i famosi pacchi americani, inviati dalle sorelle per aiutare la famiglia d’origine.

Poi la terza generazione Di Masi, vede come protagonisti mio padre Francesco e mia zia Adelina. Inevitabilmente anche loro sarti per quel legame affettivo e di sangue che tramandava inclinazioni e saperi da una generazione all’altra. Zio Mauro invece volle fare l muratore, ma i miei cugini Maria, Pompeo e Aniello, hanno ereditato a pieno la creatività di famiglia, essendo abili con le mani a realizzare prestigiosi manufatti. Ora il discorso si fa toccante perché sia con mio padre sia con mia zia ho ricordi di vita vissuta. Ancora oggi se mi soffermo…sento le risate gioiose delle allieve di zia Lina, intorno ad un tavolo, intende a lanciare punti, con poca destrezza ma con tanta voglia di imparare. Chiudo gli occhi e riedo il tavolo nella sala da pranzo ricoperto da una coperta marrone, uno specchio sopra un mobile dentro il quale si specchiavano le clienti, ma i anche i visi delle allieve che ogni tanto si aggiustavano capelli o spiavano i loro movimenti. Rivedo aghi, spagnolette di filo di ogni colore, squadre, gessi, forbici di diverse misure e un ferro caldo con carboni ardenti. Le allieve arrivavano a casa la mattina, andavano via per il pranzo e ritornavano il pomeriggio.

I ricordi si mescolano tra il lavoro di zia Lina a casa e la sartoria di mio padre. Mio padre era stato apprendista da Nunziatino De Rosa. Bastò poco tempo e lui dopo poco, non ancora maggiorenne già lavorava per coto suo. La sartoria di mio padre era di fronte casa e io scappavo spesso di nascosto per poter stare lì.  I miei genitori avendo paura che mi facessi male, cercavano di impedire le mie fughe facendomi credere che se avessi attraversato la strada sarebbero venuti i carabinier a prendermi, ma invano risultavano le loro ansie e preoccupazioni. Ero troppo affascinata dalla bottega di papà cosi rumorosa, così colorata con stoffe appese ad uno stendino di ferro. Stoffe che papà ordinava su campionario a Torino e delle più prestigiose firme italiane come Marzotto, Zegna…

Aveva un grosso bancone di legno, con un vuoto all’interno che diventava molto spesso un letto per riposarsi durante l’approssimarsi delle giornate particolarmente stressanti come le festività, i matrimoni e anche ahimè quando moriva qualcuno. Mi vorrei soffermare proprio sui vestiti fatti per i defunti, venivano confezionati in un giorno, ma naturalmente co delle differenze, senza le aperture delle tasche, quindi tasche e taschini finti, con cuciture approssimate ma sempre decorosi e rispettosi del momento. Mio padre cuciva per uomo e per donna e qualunque indumento: cappotti, vestiti da uomo eleganti e sportivi, giacche, abiti da donna. L’abito da sposa di mia madre è stato cucito da mio padre, per me bellissimo, come anche l’abito da viaggio e naturalmente il suo.

Ma…ritorno alla sartoria, luogo di lavoro, ma anche di relazioni sociali e umane. Nella sartoria di mio padre oltre ai clienti di ceto medio – basso, facevano visita gli amici. Chi chiedeva n parere, chi un consigli, chi confidava a mio padre i propri bisogni o problemi e papà dispensava consigli e suggerimenti e nelle sue possibilità anche aiuti. Diventava un luogo di animata discussione quando a far visita erano compagni politici oppure quando si discuteva di un problema del paese. Ricordo che papà alterava momenti di accese discussioni a momenti di calma quando era un momento delicato del lavoro. Le giornate erano lunghe in sartoria…si tirava fino a tardi quando si doveva terminare un lavoro. Nelle sartorie un ruolo importante avevano gli apprendisti. Quei ragazzi che le famiglie pur di non vederli vagabondare per i vicoli del paese, li affidavano ai “masti” per avviarli all’arte di un mestiere. Parecchi sono stati gli apprendisti di mio padre, con affetto fra, tutti ricordo Agostino Leonardis che è stato vicino a mio padre sempre, quasi come un figlio, legati da un bene e da una stima sconfinata.

Gli apprendisti imparavano senza spiegazioni, ma rubavano l’arte con gli occhi, apprendendo tutti i segreti e le vecchie tradizioni del maestro che aveva moltissima sapienza da tramandare. Iniziavano dai lavori più semplici: infilare gli aghi, rifare gli orli, i punti lenti per mezzo dei quali prendevano confidenza con gli strumenti del mestiere, poi arrivavano al cucito e…ultima tappa il taglio. Ebbene il taglio era una vera arte, mio padre, come gli altri maestri sarti, lo faceva senza modello, ma con l’uso di squadre, righe, centimetro, gesso e forbici enormi. Io da bambina ho ricordo di quelle forbici grandi e pesanti e di quella macchina da cucire che faceva rumore ogni volta che i piedi svelti facevano muovere i pedali. Ogni singolo pezzo del vestito veniva tagliato, imbastito, man mano che si cuciva veniva stirato. I pezzi venivano modellati, appiattite e cuciture e poi assemblati e fatta la prima prova. Si correggevano gli errori, le imperfezioni con spilli e imbastiture. Ricordo che mio padre mi diceva che con un vestito cucito, tutti diventavano perfetti perché il vestito era confezionato su misura, personalizzato, camuffando il più possibile i difetti fisici, anzi venivano già calcolati nel taglio. Ora devo farmi violenza e fermarmi qui perché i ricordi sono tanti, potrei a lungo raccontarvi aneddoti e vicissitudini perché le botteghe di un tempo possono raccontare la storia di un paese.

Le storie di singoli abitanti che con le loro fatiche, i loro dolori e le loro gioie, hanno fatto grande l’Italia di quel periodo. Erano anni in cui la povertà non era un deterrente alla voglia di riuscire e migliorare. Dove i valori importanti erano l’umanità e la tolleranza. Non era vergogna manifestare la propria posizione economica e sociale. Si pagava un vestito anche offrendo ciò che si aveva, quasi sempre prodotti della campagna. Questo rapporto umano legava gli apprendisti e le famiglie degli apprendisti tra di loro e in modo particolare al masto, diventando un nucleo familiare allargato. E se una di queste famiglie aveva un problema le altre erano pronte a sostenerla. Anche nei momenti gioiosi era così, si condividevano le feste, i matrimoni, le ricorrenze. E poi importante era un valore che purtroppo sta diventando raro: il rispetto. Nelle botteghe si rispettavano i ruoli, che non era sottomissione ma accettazione e stima del sapere del maestro e fiducia nel suo insegnamento di mestiere di vita. Il capomasto era capo non solo a livello lavorativo, ma era un punto di riferimento sociale, ruolo prestigioso ma anche faticoso perché doveva sempre essere un perno, un sostegno e un esempio positivo. Mio padre lo è stato per i suoi discepoli, lo è stato nella famiglia e ancora oggi chi ha avuto la fortuna di conoscerlo lo ricorda come una persona leale, schietta e positiva. Grazie a tutti.

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