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Grande serata di cultura, lunedì 27 agosto al Museo delle Testimonianze e della Memoria di Centola. L’Associazione Progetto Centola, nell’ambito delle sue attività culturali, ha organizzato la presentazione dell’interessante libro di Luigi Leuzzi, che getta uno sguardo profondo nel passato remoto, nella storia e nel mito del Cilento.

A causa dell’assenza del sindaco Carmelo Stanziola, i saluti dell’amministrazione sono presentati da Maria Di Masi, assessore alla cultura del comune di Centola.

Subito dopo, Ezio Martuscelli, presidente di Progetto Centola, introduce il moderatore, Francesco Scianni, che dà inizio ai lavori, parlando per prima cosa delle impressioni ricevute dalla lettura del libro di Luigi Leuzzi. Il Cilento è un’isola, come un’isola è la Sicilia, e non a caso l’autore dedica il suo libro al figlio Luca e alla sua “sicilitudine”. E l’isola cilentana, già prima dell’arrivo dei coloni greci, aveva una sua identità peculiare, testimoniata dai numerosi monumenti litici preistorici, visibili ancora oggi in luoghi remoti.

La parola passa al primo oratore, Amedeo La Greca, autore della prefazione (che egli intitola “Presentazione”) del libro. Egli ribadisce il concetto che il Cilento non è il risultato della sovrapposizione dei popoli e delle culture che nel corso dei secoli vi si sono insediati, ma ha una sua identità culturale e storica, anche se nell’epoca in cui essa si formò la storia si confondeva col mito. È necessario che i cilentani si convincano di questa identità e prendano coscienza delle proprie origini.

Segue la dotta disquisizione di Vincenzo Lamanna, che ribadisce l’unicità e l’originalità della cultura cilentana. Tale cultura è scritta soprattutto nella pietra, nei monumenti preistorici ed anche in antiche opere d’arte eccezionali, come la famosa “tomba del tuffatore” di Paestum. E, nonostante la sovrapposizione di civiltà e culture eterogenee, il Cilento conserva ancora oggi la sua identità. Identità che si esprime in una spiccata biodiversità nella flora e nella fauna, in una civiltà contadina peculiare, in una predisposizione all’accoglienza. Tutto questo si sublima nella simbologia che traspare dalla tomba del tuffatore: mentre le tombe lucane della stessa epoca rappresentano la fine della vita, la tomba del tuffatore esprime invece un trapasso ad una vita diversa, con il salto nell’acqua, da cui sorgono, a indicare non una fine ma una continuazione, un’isola ed un ramoscello.

L’ultimo relatore, Antonio Rizzo, riprende questi concetti e poi si sofferma in particolare sulla colonizzazione dei greci di Focea, che la sciarono la madrepatria, la metropolis, e cercarono di stabilirsi a Cirno, in Corsica. Qui si scontrarono con etruschi e cartaginesi e, dopo aver conseguito una difficile vittoria, preferirono tornare verso l’Italia meridionale. Si stabilirono in questa terra che prese il nome proprio da questa colonizzazione, poiché Cilento significherebbe proprio “Terra di Cirno”. Cita infine quello che ritiene il monumento simbolo della civiltà cilentana, la “pietra del Molacchio” del monte Stella.

E proprio da questo monumento prende lo spunto la relazione dell’autore del libro Luigi Leuzzi, che evidenzia per prima cosa come le sculture neolitiche rappresentino l’unicità dell’isola Cilento. In primo luogo l’Antece, divinità maschile scolpita su una parete rocciosa dei monti Alburni presso sant’Angelo a Fasanella, e poi soprattutto “a preta r’u Mulacchiu” sul monte Stella, che rappresenta una divinità femminile, la grande madre, che si apre con la “porta utero” verso i raggi del sole nel solstizio d’estate. Il Cilento antico è il luogo atavico dove si venera la “grande madre”.

A conclusione della serata Maria Rosaria Lo Schiavo pone alcune domande all’autore. Particolarmente interessante è la risposta sul mito e sul simbolismo. La civiltà cristiana ha sempre considerato il mito come frutto di fantasia. In realtà esso rappresenta una specie di protostoria: basti pensare come il culto della Grande Madre sia in qualche modo continuato fino ai nostri giorni, passando attraverso Cerere, Demetra, per arrivare poi alla nostra Madonna. E proprio dal nome di una dea femminile etrusca, Cilens, potrebbe derivare il nome Cilento.

L’ora ormai tarda lascia un po’ di spazio a qualche domanda del pubblico, che ha seguito con grande interesse questa serata di cultura: un tuffo nel passato remoto della nostra terra, una ricerca delle nostre origini più lontane e nascoste.