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Per completare la triade delle festività natalizie non poteva mancare un cenno (anzi, qualche cosina di più) alla Befana, il cui ricordo mi riporta ai tempi ormai remoti della mia infanzia e della mia fanciullezza, quando credevo che la Befana fosse la simpatica vecchina, la quale, cavalcando la sua scopa magica, attraverso i camini di tutte le case del mondo recava tanti bei giocattoli ai bambini buoni e cenere e carbone a quelli cattivi. E, come per il Natale, i giorni più belli erano quelli della vigilia, quando mia madre m’invitava a scrivere una letterina alla Befana per chiederle quale regalo mi dovesse portare; ed io, dopo averla prontamente scritta, la appendevo, sempre su suggerimento di mia madre, all’albero di Natale tra le palline colorate e le luci a intermittenza. La mattina dopo, come per incanto, la lettera era sparita perché un angelo-postino era venuto a prenderla per recapitarla a quella buona vecchina.

Però, la notte magica era quella del 5 gennaio. La sera prima mia madre mi raccomandava di andare presto a letto e di addormentarmi subito perché la Befana non voleva essere vista da nessuno. E non capiva, mia madre, che quello era il modo migliore per accrescere l’ansia che diveniva spasmodica e mi rendeva difficile abbandonarmi nelle calde e morbide braccia di Morfeo. La mattina dopo, svegliandomi quasi di soprassalto dopo un sonno popolato di sogni strani e anche qualche incubo, davanti ai miei occhi stupefatti s’inverava il prodigio della Befana: la calza appesa al lettone di ferro battuto era colma di cioccolatini e caramelle e sul baule posto a fianco campeggiava il giocattolo che le avevo richiesto nella letterina appesa all’albero di Natale.

L’incanto finì quando il solito amichetto furbo (o invidioso dei regali che ricevevo?) mi svelò l’arcano, confidandomi in gran segreto che la Befana non esisteva e che era un’invenzione dei miei genitori per indurmi a fare il bravo ragazzo. Lo stesso avvenne a mio fratello più piccolo qualche anno dopo, quando un amico della stessa risma gli fornì un’analoga informazione. E io a dirgli inutilmente che invece la Befana esisteva: inutilmente, sì, perché la notte del 5 gennaio di quell’anno egli s’accorse che la Befana era zia Lina, la povera cara zia Lina, che ha continuato per tutta la sua vita a fare la Befana per le mie figlie, i figli di mio fratello e per lui e per me, che ancora indosso a volte un pigiama a righe regalatomi da lei qualche anno prima della sua morte. Quella notte, mentre mio fratello si addormentava contento di aver fatto quella scoperta, io piansi a lungo a dirotto: piansi sulla mia e sulla sua perdita dell’innocenza.

Quell’innocenza che davvero persi del tutto quando il solito amichetto mi fece sapere che i bambini non li portava la cicogna, né nascevano sotto i cavoli. E cominciarono i primi, timidi, nascosti, meravigliosi toccamenti che segnarono il mio ingresso nell’Eden dolceamaro dell’eros. E poi, facendo più grandicello, la Befana divenne l’Epifania, quella della filastrocca in rima baciata, che tutte le feste si porta via. E lo è rimasta per sempre, forse perché ho svolto la mia attività lavorativa nel mondo della scuola. Tanto che pure adesso che sono pensionato, come per una sorta di riflesso condizionato pavloviano, la sera del 6 gennaio un velo di tristezza e malinconia scende su di me giacché la mia mente inconsciamente torna al “travaglio usato” di leopardiana memoria…

 

Ferdinando De Luca

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