{"id":1166,"date":"2014-05-11T19:19:14","date_gmt":"2014-05-11T19:19:14","guid":{"rendered":"http:\/\/centolabeniculturali.it\/progettocentola\/?p=1166"},"modified":"2014-05-11T19:19:14","modified_gmt":"2014-05-11T19:19:14","slug":"tanto-odio-e-tanto-amore-carlo-scognamiglio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/centolabeniculturali.it\/progettocentola\/eventi-e-storie\/guerre-e-prigionia\/tanto-odio-e-tanto-amore-carlo-scognamiglio\/","title":{"rendered":"Tanto odio e tanto amore &#8211; Carlo Scognamiglio"},"content":{"rendered":"<p>Di seguito la relazione dell&#8217;intervento del Prof. Carlo Scognamiglio alla &#8220;<a title=\"Terza Giornata delle Testimonianze e della Memoria\" href=\"https:\/\/centolabeniculturali.it\/progettocentola\/uncategorized\/iii-giornata-testimonianze-e-memoria\/\" target=\"_blank\">3a Giornata delle Testimonianze e della Memoria<\/a>&#8220;, tenutasi a cura dell&#8217;Associazione Progetto Centola il 3 novembre 2013. E&#8217; possibile anche scaricare la versione PDF per la stampa da <a href=\"https:\/\/centolabeniculturali.it\/progettocentola\/wp-content\/uploads\/2014\/05\/scognamiglio-relazione-1943.pdf\">questo link<\/a>.<\/p>\n<h2><em>Tanto odio e tanto amore. I molti significati del 1943 nella storia d\u2019Italia<\/em><\/h2>\n<p><strong>Centola, 3 novembre 2013<\/strong><\/p>\n<h3>Carlo Scognamiglio<\/h3>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le ricorrenze sono importanti. Esse preservano certo qualcosa di estrinseco, di occasionale, ma non solo. Oggi rievochiamo l\u2019anno 1943, e impulsivamente siamo indotti a domandarci: che cos\u2019\u00e8, poi, un anno? Un tempo circoscritto, pi\u00f9 o meno denso di accadimenti. Ma resta \u2013 nel pensarlo \u2013 l\u2019arida sensazione secondo la quale evocare un lasso temporale costringa il ricordo a non spingersi indietro n\u00e9 avanti, oltrepassando i rigidi confini segnati dal primo e l\u2019ultimo giorno. Per\u00f2, a vederla meglio, con occhio cauto, l\u2019evocazione commemorativa non vuol recare offesa all\u2019<em>oltre<\/em> n\u00e9 all\u2019<em>altro<\/em>, non ignora quel che \u00e8 stato prima o dopo. Un\u2019occasione, in s\u00e9, contiene anche l\u2019intrinsecamente forte. In fondo, la nostra stessa vita \u00e8 fatta di occasioni, talvolta colte, tal\u2019altra mancate.<\/p>\n<p>Quella di oggi dunque ci induce a riflettere su un momento della nostra storia che chiede a noi di formulare le domande giuste, di sottoporre al nostro sforzo ermeneutico quei molti significati che il passato ha consegnato al futuro. Un filosofo tedesco che amo molto, Nicolai Hartmann, ha scritto che la storia dell\u2019umanit\u00e0 si costituisce in modo diverso dagli altri processi naturali. Nella storia il passato non \u00e8 mai passato del tutto. Esso si protrae nel presente, agisce come forza presente, ed \u00e8 tanto pi\u00f9 difficile interrogarlo proprio per questa sua internit\u00e0 al nostro stesso domandare. Dopo l\u2019ultima guerra i tedeschi hanno a lungo discusso di un passato che non vuole passare. Ma la verit\u00e0 \u00e8 che nulla decade in modo definitivo, e ogni cosa pu\u00f2 essere riportata in vita. Una commemorazione, come questa, non pu\u00f2 aiutarci a congedarci per sempre da ci\u00f2 che accadde settanta anni fa. Anzi, rammentare equivale a ridestare, a tener viva la vita. Non \u00e8 reale ci\u00f2 che pu\u00f2 essere toccato con mano o visto con gli occhi. Reale \u00e8 ci\u00f2 che genera effetti. Il nostro passato, come cercher\u00f2 di mostrare, \u00e8 quanto mai vivente al nostro tempo.<\/p>\n<p>Accennavo poco prima ai differenti campi semantici occupabili dai fatti del 1943. Per molti italiani quell\u2019anno significa abbraccio sodale con nuovi alleati e adesione al modello atlantico. Per altri esso allude al tradimento, alla vergogna. Taluni vi leggono l\u2019inizio della riscossa nazionale, altri la morte della patria. C\u2019\u00e8 chi ha trovato la vita, nel 1943. Molti ve l\u2019hanno lasciata. Ma non fu un anno di svolta soltanto per noi italiani. La storia del mondo ricorda il 1943 come il momento che sanc\u00ec la fine di un\u2019epoca plurisecolare, segnando infatti, con la riscossa sovietica sul fronte orientale e l\u2019occupazione alleata della Sicilia, l\u2019evidente tracollo delle grandi potenze europee. La Francia era stata posta in ginocchio dalle forze dell\u2019Asse, le quali tuttavia non riuscivano a reggere l\u2019imponente convergenza di attacchi provenienti dall\u2019azione congiunta di inglesi, americani e sovietici. Si andava cos\u00ec profilando la condizione di superamento dello Stato-nazione a vocazione imperiale, che a lungo aveva caratterizzato il colonialismo europeo, per definire un quadro geopolitico dominato da due superpotenze multietniche: USA e URSS. Questa trasformazione profonda \u00e8 senz\u2019altro il principale esito di quella fase di ribaltamento delle sorti militari del secondo conflitto mondiale. Pi\u00f9 tardi, la scoperta drammatica della Shoah, e il trauma che ne consegu\u00ec, unitamente alla rivelazione delle molte atrocit\u00e0 commesse dai nazisti, sollecitarono la consapevolezza della necessit\u00e0 di riconoscere l\u2019orizzonte dei diritti umani e della sorveglianza sovranazionale sulle dinamiche conflittuali del pianeta. Il trauma morale non fu corrisposto da un adeguato assestamento delle politiche mondiali, ma anch\u2019esso, indelebilmente, ha segnato la nostra vicenda novecentesca.<\/p>\n<p>Per l\u2019Italia, come tutti sappiamo, il 1943 fu un anno cruciale. Nel mese di gennaio il paese era giunto al punto di grave esasperazione morale ed economica. Le sorti di una guerra incompresa e dagli obiettivi illogici si erano palesate come infauste. Le pesanti sconfitte, attenuate soltanto da qualche eroica prova di coraggio dei soldati italiani, ma soprattutto dall\u2019intervento soccorritore dell\u2019alleato tedesco, avevano prefigurato per il paese le pi\u00f9 fosche prospettive. Se la Germania avesse ceduto, l\u2019Italia sarebbe stata travolta con essa nella rappresaglia alleata, oppure sarebbe confluita nell\u2019orbita d\u2019influenza sovietica. Se i tedeschi avessero riportato una vittoria, il nostro paese avrebbe visto il proprio futuro nella configurazione di una perenne sudditanza a un potere dispotico e criminale. Questa alternativa drammatica doveva cominciare ad apparire chiara, nei primi mesi del 1943, al re, ai gerarchi fascisti e allo stesso Mussolini. Il popolo italiano, di fronte a tali scenari, non rimase inerte.<\/p>\n<p>Sul principio di febbraio i sovietici avevano sovvertito l\u2019andamento della guerra avviando a Stalingrado un\u2019inesorabile controffensiva. La circolazione della notizia non tard\u00f2 ad agitare gli animi. La sensazione di un cambiamento vicino partecip\u00f2 nel definire la risoluzione di molti operai italiani del Nord-Italia, tra febbraio e marzo, ad avviare una sistematica sequenza di scioperi. Fu il primo campanello d\u2019allarme. Il paese era in subbuglio. Le condizioni di vita imposte dalla guerra erano giunte al colmo della sopportazione. E l\u2019orizzonte della sconfitta sempre pi\u00f9 nitido. Il sovrano e il suo <em>entourage<\/em> cominciarono ad accarezzare l\u2019ipotesi di svincolarsi dal destino mussoliniano e di stringere accordi con gli Alleati anglo-americani, i quali, intanto, completavano lo sbarco in Sicilia. Ma il timore della rappresaglia nazista indusse alla cautela e all\u2019accettazione del progetto politico di Dino Grandi. L\u2019idea era quella di abbandonare Mussolini al proprio destino, ma di salvare la struttura organizzativa del fascismo.<\/p>\n<p>Alcune personalit\u00e0 perplesse sull\u2019andamento della strategia con la quale il duce stava conducendo la guerra, come quella del genero di Mussolini, Galeazzo Ciano, sostennero la mozione di Grandi, e in qualche modo lo stesso duce ne favor\u00ec la riuscita. Fu infatti quest\u2019ultimo a convocare il Gran Consiglio del Fascismo, che da molti anni non si riuniva, e senza troppo battagliare ne accett\u00f2 il verdetto. Secondo alcuni storici il duce sperava di conservare l\u2019appoggio monarchico, uscendo cos\u00ec rafforzato dal confronto con i suoi. Altri interpreti, invece, hanno suggerito l\u2019insinuazione di una complicit\u00e0 di Mussolini \u2013 vistosi ormai perso di fronte al precipitare degli eventi bellici \u2013 nella sua stessa uscita di scena. Siamo cos\u00ec al fatidico 25 luglio, data della deposizione del capo di governo. Per incarico del re, il maresciallo Badoglio ne prese il posto garantendo la continuit\u00e0 dell\u2019alleanza con i tedeschi. Intanto, occultamente, prendevano avvio le trattative con gli Alleati, i quali, dal canto loro, esigevano una resa incondizionata. Tutte le testimonianze d\u2019epoca concordano sul clima di festa e gioia seguito alla notizia del 25 luglio. Scriveva il giurista Pietro Calamandrei nel suo <em>Diario<\/em>:<\/p>\n<p>\u201csi \u00e8 ritrovata la patria! Ah che respiro! Ci si pu\u00f2 parlare, si pu\u00f2 dire il nostro pensiero chiaro, per le strade, in ferrovia, al contadino che lavora sul campo, all\u2019operaio che passa in bicicletta [\u2026] C\u2019\u00e8 in questi discorsi detti pi\u00f9 che con ira con commozione, una tenerezza tremante che sta sotto alle parole comuni: questa tenerezza \u00e8 la patria. Ci siamo ritrovati. Siamo uomini anche noi\u201d<\/p>\n<p>Questa precisazione finale \u00e8 decisiva per capire il significato del 25 luglio, perch\u00e9 la vera colpa morale del fascismo nei confronti del popolo fu quella di escludere dalla nozione di umanit\u00e0 gli oppositori, i quali finirono per sentirsi stranieri in patria. Questo grave atto politico peser\u00e0 a lungo, e pesa ancora oggi, sulle nostre relazioni civili.<\/p>\n<p>L\u2019estate del 1943 costitu\u00ec il teatro politico di una malgestita approssimazione verso l\u2019armistizio, ma anche dei primi significativi posizionamenti in montagna di una parte dei futuri resistenti. L\u2019ignominiosa fuga del re verso Brindisi e la tentennante gestione di una dichiarazione di resa tenuta celata da Badoglio per timore della rappresaglia germanica, contribuirono a generare una crepa profonda e permanente tra i cittadini italiani e la monarchia sabauda. L\u2019Italia che aveva incoronato Vittorio Emanuele II, avrebbe forse perdonato al re l\u2019acquiescenza nei confronti della dittatura fascista e l\u2019avallo delle leggi razziali. Ma la vergogna della ritirata, accompagnata da un sostanziale abbandono delle truppe al nemico, apparve ai pi\u00f9 come il segno di uno strappo definitivo. Se la monarchia riusc\u00ec ancora per qualche anno a giocare un ruolo nella politica italiana, lo si deve sostanzialmente alla scelta tattica dell\u2019 Unione Sovietica e degli anglo-americani, concordi nel riconoscere nel re un interlocutore diplomatico, nell\u2019ambito della transizione dal fascismo al post-fascismo.<\/p>\n<p>L\u20198 settembre l\u2019annuncio dell\u2019armistizio fu dato. L\u2019amico diventava nemico; il nemico amico. L\u2019antico alleato, dopo un primo disorientamento, aggreg\u00f2 rabbiosamente le proprie forze per punire severamente il tradimento. Il nuovo socio, da parte sua, diffidava di chi era stato fascista fino al giorno prima, aveva marciato con gli hitleriani nell\u2019ostilit\u00e0 manifesta verso le potenze plutocratiche e nell\u2019odio razziale. Esitava dunque nel sostegno alle bande partigiane, che intanto iniziavano a organizzarsi. Ma i resistenti restarono sostanzialmente isolati anche da quel che rimaneva dell\u2019esercito regio, consegnato di fatto nelle braccia dell\u2019incertezza. Quel dubbio sul posizionamento dei militari fu ritenuto necessario dal re e da Badoglio per confondere il nemico. Gli ufficiali, privi di ordini, non osavano prendere alcuna iniziativa. I soldati erano provati dalle dure condizioni belliche imposte da uno dei conflitti pi\u00f9 atroci e irrazionali della storia. I tedeschi non impiegarono molto a liquidare quel che restava delle nostre truppe sotto la guida dei feldmarescialli Rommel e Kesserling.<\/p>\n<p>I vertici militari italiani non capirono la Resistenza. L\u2019avevano combattuta in Francia e in Jugoslavia, cos\u00ec in patria furono inclini a interpretarla in chiave banditistica e sovversiva. Pochi giorni fa, l\u2019ormai centenario Luchino Dal Verme cos\u00ec racconta in un\u2019intervista rilasciata alla rivista socialista \u201cMondoperaio\u201d sulla discussione che animava ufficiali e sottoufficiali alla notizia dell\u20198 settembre, rispondendo a una domanda in cui si chiedeva come mai i militari non pensarono di unirsi alla Resistenza: \u201cun\u2019idea cos\u00ec non venne a nessuno. Alla fine prevalse l\u2019idea di scioglierci e di scappare\u201d. Col tempo alcuni soldati, tra cui lo stesso Dal Verme, isolatamente, raggiunsero i partigiani sulle montagne, rivelandosi, per la propria esperienza pregressa, elementi preziosi nell\u2019organizzazione dei gruppi ribelli.<\/p>\n<p>L\u20198 settembre, dunque, avvi\u00f2 nella vicenda italiana un\u2019improvvisa accelerazione militare e politica. A partire dall\u2019autunno, la storia del 1943 diventava storia di popolo. Ad agire, a ribellarsi, furono inizialmente in pochi, ma circondati da una tacita approvazione e dalla rapida costituzione di una rete di solidariet\u00e0 nell\u2019insurrezione contro l\u2019occupante tedesco. Ma il terrore nazista non tard\u00f2 a manifestarsi. Ad appena una settimana dall\u2019annuncio dell\u2019armistizio, il 15 del mese, a Meina, sul lago Maggiore, dove si nascondevano alcune famiglie ebree, diciassette persone vennero fermate dalle SS e rinchiuse in un hotel del posto. Pochi giorni dopo, dodici di loro furono condotti in piena notte in riva al lago, freddati con un colpo alla nuca, e abbandonati in acqua, allacciati a pesanti massi. Tuttavia le acque del lago sciolsero i lacci, e cos\u00ec, al mattino, alcuni barcaioli ne videro affiorare i corpi. Negli stessi giorni si svolsero i drammatici fatti di Boves, in Piemonte. I tedeschi credevano di trovarvi corpi regolari dell\u2019esercito italiano disposti alla ribellione. Si trattava invece di militari sbandati, rifugiati, in tutto un centinaio, raccolti insieme ai compaesani per costituire un gruppo ribelle. I tedeschi giunsero in piazza intimando la consegna dei rivoltosi, ma trovarono un clima ostile. Due SS furono catturate e portate in montagna accompagnate dal plauso della popolazione. I tedeschi minacciarono di distruggere il paese in assenza dell\u2019immediata liberazione dei due prigionieri. I partigiani cedettero, e rilasciarono le SS. Ciononostante, ventitr\u00e9 cittadini di Boves furono passati per la mitraglia, e il paese dato alle fiamme. Il terrore nazista, gi\u00e0 dimostrato in Polonia o in Russia, arrivava ora anche in Italia.<\/p>\n<p>A fine settembre l\u2019episodio pi\u00f9 entusiasmante e precoce della ribellione libertaria. Nei giorni successivi la dichiarazione dell\u2019armistizio, sconnessi e indisciplinati gruppuscoli di ribelli napoletani avevano cominciato a procacciarsi armi dai depositi italiani e tedeschi. La mattina del 27 un movimento di carri tedeschi in uscita dalla Floridiana viene scambiato per l\u2019inizio di una ritirata. Il popolo entr\u00f2 in agitazione, cominciarono azioni disordinate. Due tedeschi furono allontanati dalla Rinascente a colpi di rivoltella, un maresciallo nazista freddato al Vomero. Intanto prese a circolare la voce di un imminente sbarco degli Alleati a Bagnoli. Divamp\u00f2 la guerra di popolo. Il 28 mattina insorti e tedeschi a turno si contendevano piazza Vanvitelli. I ribelli napoletani respinsero gli occupanti a Porta Capuana e al ponte della Sanit\u00e0. La rivolta era anarchica, protagonisti anche scugnizzi e giovani scapestrati. Per\u00f2 fu un\u2019insurrezione eroica. Il 30 settembre i tedeschi abbandonavano definitivamente Napoli, lasciando sul terreno 66 morti tra i ribelli.<\/p>\n<p>L\u2019insofferenza partenopea non era caso isolato nel Mezzogiorno. Una settimana prima, Matera aveva risposto con le armi ai soprusi dei soldati tedeschi, come episodi di ribellione si registrarono a Nola, Teramo, Lanciano.<\/p>\n<p>Nel Nord del paese la scelta fu meno istintiva. Ne era simbolo la montagna, luogo di rifugio e organizzazione delle bande partigiane. La montagna si rivel\u00f2 il contesto adatto per la maturazione di una nuova Italia. L\u00ec si apriva lo spazio necessario per tacere, ma anche per discutere, dopo vent\u2019anni di dittatura e imposizione del silenzio. La montagna accolse studenti, professori, operai, renitenti alla leva, giovani esaltati o montanari orgogliosi. Sulla montagna si osservava e colpiva l\u2019invasore. Si avvi\u00f2 un\u2019azione di guerriglia che rese sempre pi\u00f9 difficile la permanenza del nemico sul territorio nazionale, ma che costitu\u00ec per le popolazioni anche un riferimento ideale, la possibilit\u00e0 dell\u2019altro, quell\u2019altro da favorire con soffiate, silenzi, sostegno logistico. Alla resistenza attiva, infatti, si affianc\u00f2 ben presto una resistenza passiva.<\/p>\n<p>Per il fronte dei rivoltosi il 1943 si concluse, il 28 dicembre, con la tragica fucilazione, per mano fascista, dei sette fratelli Cervi, rei di aver accolto e curato i prigionieri di guerra fuggiti dai campi.<\/p>\n<p>Naturalmente in concomitanza con le azioni partigiane si risvegliava nel paese la vitalit\u00e0 delle organizzazioni politiche che per venti anni erano state arrestate in condizione di silenzio, e che avviavano adesso un percorso di ricostruzione, che avrebbe trovato compimento con la Costituente e la prima consultazione elettorale repubblicana. Non si vuole tuttavia far torto a uomini e donne che nell\u2019edificazione del futuro quadro politico hanno vissuto la prigionia, hanno rischiato la vita e hanno lasciato famiglie e interessi personali. Non si vogliono occultare i vari Longo, Pertini, Nenni, La Malfa, Togliatti, De Gasperi, Bonomi, n\u00e9 le loro importanti scelte politiche. Ma, come scrisse bene Giorgio Bocca, non furono queste decisioni a mutare nel profondo la condizione della nazione, non fu loro il merito di \u201cpromuovere realmente il progresso democratico del paese, quello duraturo. Questo merito \u00e8 della Resistenza, la sola che modifica il costume italiano, il rapporto dell\u2019italiano con lo stato\u201d.<\/p>\n<p>Noi giorni successivi l\u2019annuncio dell\u2019armistizio, sul fronte avverso, i tedeschi avevano rapidamente sottratto Mussolini alla reclusione seguita al 25 luglio, per collocarlo in posizione non meno costretta, a capo di uno stato\u00ad-fantoccio, la Repubblica Sociale Italiana, il cui principale ruolo storico fu ridotto a quello di conduzione \u2013 al fianco, o meglio al rimorchio dei tedeschi \u2013 una guerra fratricida all\u2019inseguimento dei \u201ctraditori\u201d comunisti o badogliani. Tra gli occupanti e gli occupati, in questo modo, si interponeva una forza ambigua, la cui configurazione avrebbe complicato in seguito il processo di decifrazione della natura del conflitto, e reso particolarmente difficile il ricomporsi di una memoria comune nell\u2019Italia del dopoguerra. Il 1943, per ragioni politiche e militari, consegn\u00f2 alla storia drammatiche lacerazioni nell\u2019identit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p>L\u2019eredit\u00e0 di tale scenario pu\u00f2 essere raccontata attraverso le profonde divisioni che ancora oggi segnano il nostro paese, la nostra comunit\u00e0 disgregata. La prima, pi\u00f9 vistosa, concerne il divario tra il Nord e il Sud. Ma non \u00e8 semplicemente un risultato della guerra, \u00e8 invece un dato di continuit\u00e0 con gli anni del processo di unificazione. Tuttavia, divise dalla linea Gustav su cui si attestarono con imponenza i tedeschi dopo l\u20198 settembre, il Regno del Sud a guida monarchica e sotto tutela alleata \u2013 e la RSI, innervata di tensioni ribellistiche e aspirazioni libertarie, il solco and\u00f2 ad approfondirsi senza rimedio possibile. Il Mezzogiorno, salvo le episodiche bench\u00e9 eroiche insurrezioni di Matera e Napoli, e qualche isolato caso in altri comuni, non conobbe un movimento resistenziale organizzato. Al Sud dilagarono nella popolazione fenomeni che <em>ahinoi<\/em> conosciamo bene, come il contrabbando e la mafia, che trovarono modo di potenziarsi in quelle drammatiche circostanze. Tenue rimase la domanda di libert\u00e0 politiche. Non a caso, dopo le elezioni del 1946, il Sud si espresse a maggioranza in favore della monarchia, e assai deboli furono i risultati elettorali delle sinistre, destinati a rimanere tali ancora a lungo.<\/p>\n<p>Quando si tratt\u00f2 di mettere in atto le ovvie epurazioni post-belliche, l\u2019atteggiamento politico meridionale si distinse per ambiguit\u00e0. Il CLN del Sud per un verso esprimeva un moralismo duro e puro ma, specie in provincia, nascondeva anche vendette personali e malcelati clientelismi e carrierismi. Secondo lo storico Sandro Setta:<\/p>\n<p>\u201cla lotta politica, ripresa con veemenza dopo venti anni di silenzio, svelava aspetti sconcertanti di corruzione e di avidit\u00e0 di potere, i partiti si contendevano le cariche pubbliche ostentando una rappresentativit\u00e0 ottenuta con una guerra al tesseramento\u00a0 indiscriminato, che favoriva il reinserimento nella vita pubblica di elementi squalificati del prefascismo, e anche di ambienti mafiosi, di larghe schiere di fascisti convertiti all\u2019utlim\u2019ora agli \u201cideali della Resistenza\u201d e per nulla vergognosi di giudicare, nelle nuove vesti di \u201cgiacobini\u201d, le \u201cmacchie fasciste\u201d del prossimo\u201d.<\/p>\n<p>Nel Centro e nel Nord del Paese, la Resistenza aveva dato modo a un\u2019intera generazione di italiani di risvegliarsi dal sonno politico. Aveva creato occasioni di discussione, voglia di un\u2019esistenza libera e autodeterminata. Le opposizioni clandestine palesandosi si erano incontrate con nuove volont\u00e0 civiche, contaminandosi vicendevolmente. I militari unitisi ai rivoltosi aprirono la propria attenzione alle esigenze e allo stile dei civili, mentre questi ultimi appresero dai soldati il valore della disciplina secondo un significato diverso dall\u2019ideologismo fascista. Il partigianato aveva insegnato a interi gruppi di ragazzi e ragazze a organizzarsi e ad assumere decisioni. Aveva creato gerarchie sul campo e aveva divulgato ideali, conoscenze, visioni del mondo. I resistenti avevano spesso visto morire i propri familiari, per rappresaglia contro di loro, avevano guardato essi stessi in volto la morte, avevano combattuto contro altri italiani, e questa fu forse l\u2019esperienza pi\u00f9 dolorosa. Il Centro-Nord non riusc\u00ec pi\u00f9 a fidarsi del sovrano n\u00e9 di Badoglio, il quale, tra l\u2019altro, aveva dato prova di ostilit\u00e0 all\u2019antifascismo e di forte pulsione riabilitativa nei confronti delle vecchie gerarchie. Il CLN dell\u2019Alta Italia esigeva un profondo rinnovamento istituzionale, e nel 1946 vot\u00f2 massicciamente a favore della Repubblica, con grande affermazione delle sinistre.<\/p>\n<p>L\u2019altra grande frattura fu approfondita nel conflitto tra italiani e italiani. Secondo la nota ma contrastata formula di Pavone, la Resistenza all\u2019occupante fu anche una \u201cguerra civile\u201d e, come si sa, essa \u00e8 la pi\u00f9 terribile delle guerre. Senza indugiare sulla storia di tale definizione, non v\u2019\u00e8 dubbio che dal punto di vista tecnico una parte di italiani bombard\u00f2, imprigion\u00f2, fucil\u00f2 o deport\u00f2 altri italiani. L\u2019accanimento dei resistenti contro il fascista fu forse pi\u00f9 aspro del sentimento avverso rivolto all\u2019occupante straniero. L\u2019odio dei repubblichini era prevalentemente rivolto ai partigiani, piuttosto che agli anglo-americani. Nel 1943, si iniziavano a fare i conti tra fascisti e antifascisti, e quel conflitto, per una parte, era anche un conflitto di classe. Si trattava di un antagonismo complesso, segnato pure da una radicale contrapposizione culturale. Fu guerra fratricida, perch\u00e9 nella stessa famiglia si divaricarono le posizioni dall\u2019uno e dall\u2019altro campo del conflitto. I rancori erano tanti, a volte sfociarono in vendette personali, protratte anche dopo la guerra. Le questioni private, nelle guerre civili, si intrecciano a quelle politiche, pericolosamente. L\u2019uno guardava all\u2019altro come il peggiore dei mali, come quella parte di s\u00e9 che s\u2019intende cancellare o estirpare. L\u2019uno pensava all\u2019altro come l\u2019irriducibile negativo. Nasceva l\u00ec, forse, quella maniera di concepire i rapporti politici in chiave di permanente antagonismo antropologico, nell\u2019ottica di una netta contrapposizione tra il \u201cnoi\u201d e il \u201cloro\u201d, che non \u00e8 segnato soltanto da connotati classisti, ma \u00e8 una perenne esasperazione di antagonismo. Il dopoguerra ne fece le spese.<\/p>\n<p>La nuova Repubblica avvi\u00f2 una campagna elettorale all\u2019insegna del conflitto di civilt\u00e0. La DC e il PCI, in particolare, cercarono attraverso la propaganda di suggerire alla popolazione il pericolo insito nella natura dell\u2019altro. I manifesti elettorali di entrambi i partiti sollecitavano paure e speranze. Gi\u00e0 allora, occorre riconoscerlo, il confronto politico andava misurandosi sulla demonizzazione dell\u2019avversario. Certo la DC non ereditava nulla del fascismo, se non una parte importante del blocco sociale di riferimento. Ma prima o poi, ci\u00f2 che non era stato risolto in una vera resa dei conti del paese con il proprio passato, sarebbe tornato a suonare alle porte della storia. A partire dal 1960, quando il governo DC di Tambroni apr\u00ec al Movimento Sociale Italiano, si scatenarono le tre giornate di Genova e le proteste di Reggio Emilia, che costrinsero Tambroni alle dimissioni. La latente conflittualit\u00e0, aggravata dalla Guerra Fredda, trascin\u00f2 il paese nella drammatica stagione delle stragi, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna, e per converso scaten\u00f2 la cieca iniziativa delle organizzazioni terroristiche di destra e di sinistra, che pretesero di rivitalizzare proprio quei momenti politicamente pi\u00f9 cupi della \u201cguerra civile\u201d, evocando stolidamente soltanto il sangue.<\/p>\n<p>Oggi paghiamo ancora, \u00e8 evidente a tutti, gli effetti di una cattiva maturazione dell\u2019esperienza bellica. Non abbiamo risolto lo schema del conflitto antropologico, della descrizione dell\u2019altro come pericolo radicale, e di una conflittualit\u00e0 diffusa nei pi\u00f9 stretti meandri della societ\u00e0 civile. Anche il PCI, non si accontent\u00f2 della sovietica contrapposizione classista, ma sent\u00ec il bisogno di una presa di distanza morale dagli \u201caltri\u201d, volle costituire un \u201cpaese nel paese\u201d, secondo la definizione interessante, ma sbagliata, di Pasolini. L\u2019<em>altro<\/em> era dunque destinato a rimanere uno straniero, un intruso.<\/p>\n<p>La fine del fascismo ci aveva consegnato una nazione arretrata, soprattutto sul piano della consapevolezza democratica. Secondo Norberto Bobbio, \u201cil fascismo, con la sua retorica, col suo disprezzo per i valori della civilt\u00e0 liberale, col suo bisogno di conformismo e di servilismo, con la smania di violenza spicciola e di potenza fittizia, fu la sintesi di tutti i caratteri negativi del popolo italiano\u201d.<\/p>\n<p>Eppure, dobbiamo ricordarlo, il 1943 ha aperto anche la strada alla ricostruzione di una comunit\u00e0 che, nonostante le profonde divisioni, ha saputo ricostruire \u2013 prescindendo dagli aiuti del piano Marshall \u2013 un senso della bellezza e dei sentimenti civili. Solo in Italia, tra tutti i paesi europei, duramente segnati dalla guerra, l\u2019arte ha saputo imporre alla collettivit\u00e0 una speranza fiduciosa nel valore dei sentimenti umani. Basti citare il <em>Metello<\/em> di Pratolini, l\u2019attivismo culturale di Elio Vittorini o i film di Vittorio De Sica. L\u2019antifascismo che si esprimeva in tanti capolavori raccontava un\u2019Italia innamorata della libert\u00e0, dei legami interpersonali e degli affetti, un\u2019Italia che facendo leva su quei valori fondanti e pi\u00f9 volte richiamati dal teatro di Eduardo De Filippo, portava con s\u00e9 una forza orientata al cambiamento, tale da rendere impossibile la costituzione di un qualsiasi blocco conservatore capace di fronteggiarlo. Ci prov\u00f2 inizialmente la Democrazia Cristiana, ma anche in essa pulsava una componente progressista che trov\u00f2 presto un proprio protagonismo nel secondo dopoguerra.<\/p>\n<p>Per il resto, come si vede bene, la storia d\u2019Italia \u00e8 pregna di contraddizioni e ambiguit\u00e0. Di dolorosi conflitti, ma pure di un senso del bello e del giusto che non fu colto allo stesso modo o con la stessa intensit\u00e0 dagli altri movimenti resistenziali. Oggi la nostra vita nazionale ci appare immersa nella foschia, poich\u00e9 prevale, di quell\u2019amara alternanza, il lato ombroso. Occorre dunque lavorare ancora, per ripristinare la luce che il desiderio di rigenerazione popolare riusc\u00ec a far risplendere circa settant\u2019anni fa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di seguito la relazione dell&#8217;intervento del Prof. Carlo Scognamiglio alla &#8220;3a Giornata delle Testimonianze e della Memoria&#8220;, tenutasi a cura dell&#8217;Associazione Progetto Centola il 3 novembre 2013. 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