1943, il grande archeologo, Amedeo Maiuri, visita Palinuro…

1943, il grande archeologo, Amedeo Maiuri, visita Palinuro, ne descrive il paesaggio, i costumi e ne delinea la storia, rileva il portamento elegante e fiero delle donne

Amedeo Maiuri, nato il 7 gennaio 1886 a Veroli in Ciociaria, Lazio – morto il 7 aprile 1963 a Napoli, è stato uno dei maggiori archeologi italiani del secolo scorso (figure 1e 2).

Fu soprintendente alle antichità della Campania, con competenza anche su parte del Lazio meridionale, del Molise e della Basilicata occidentale.

Per “chiara fama” gli fu conferita la cattedra di Antichità Greche e Romane presso l’Università di Napoli e quella di Antichità Pompeiane ed Ercolanesi.

Diede grande impulso agli scavi di Pompei ed Ercolano.

Fu un “Grande Studioso e Ricercatore”, le sue pubblicazioni scientifiche, scritti e resoconti di viaggi sono presenti in tutte le biblioteche del mondo e oggetto di approfondite letture e consultazioni.

Morì a 77 anni; gli furono tributati funerali solenni. Il corteo partì dal Museo Archeologico, in via Foria, per arrivare all’Università, al Corso Umberto.

Amedeo Maiuri amava viaggiare e visitare le aree che erano di sua pertinenza come soprintendente e archeologo.

Di questi viaggi, da erudito pubblicista, ha lasciato traccia in numerosi libri e diari.

Nel 1963, a cura della moglie e di alcuni suoi discepoli, furono pubblicati una serie di appunti che il Maiuri aveva stilato durante le visite effettuate nei luoghi della Magna Grecia.

A proposito di questo volume Attilio Stazio nella Prefazione scrisse:

<Fra i vecchi debiti, come Amedeo Maiuri amava definire i lavori da tempo ideati e non ancora compiuti, quello di un volume sulla Magna Grecia era forse il più vicino al suo cuore. Debito d’amore per una terra che negli ultimi anni della sua vita Egli aveva ripreso a percorrere […] pronto a cogliere e trasmettere quanto dell’antica civiltà fosse immagine viva, […], spunto di poetica fantasia>.

In questo volume, la cui copertina è riprodotta nella figura 3, è riportato il breve racconto che riguarda la visita a Palinuro che ebbe luogo il 5 ottobre del 1943, quando ancora la guerra imperversava lungo la nostra penisola.

Qui di seguito sono riportati stralci di questo scritto che descrivono l’incantevole posizione del “paesino” e riportano osservazioni sia sulle genti, in particolare le donne che vi risiedevano, sia notizie sulla storia di questo lembo di terra ricco di storia.

Dalla lettura di questo racconto si ricavano interessanti informazioni su quello che era allora l’assetto urbanistico del villaggio, sui costumi e le persone che lo abitavano oltre che apprendere affascinanti “visioni” sulle arcaiche città di Molpa e Palinuro.

Nel presente articolo, laddove è pertinente, gli scritti del Maestro sono accompagnati da immagini dell’epoca. L’insieme permette di avere una chiara visione di come si presentavano il villaggio e il paesaggio circostante intorno agli anni “40 – 50 del secolo scorso e anche interessanti notizie su alcuni personaggi incontrati dal Maiuri e sulle loro abitudini.

Il centro abitato è così descritto: <Il paesino odierno di Palinuro è disteso pianamente sul declivio che guarda la cala di nord, con una mulattiera bene pavimentata e le case tra orticelli, terrazze e giardinetti di agrumi cintati, e tutta la sella del promontorio è una selvetta di salici e di querce: un’aria di lindore e di riserbo, […]: il sagrato fuori del paese con una chiesuola appoggiata amorosamente a un campaniluzzo: poco più su del sagrato, la fontana del paese fatta a edicola […], al di sotto di una quercia frondosa: a quella fontana vanno le donne di Palinuro con le anfore di Camerota, prima coricate e poi diritte, equilibrate sul capo>.

Fotografie, all’incirca coeve alla visita di Maiuri, riprodotte nelle figure 4 – 7, supportano e testimoniano iconograficamente quello che magistralmente il Maestro era stato capace di descrivere nel suo diario.

Egli nell’incontrare la gente del piccolo paese resta colpito dalle giovani donne di Palinuro; su questo punto scrive: <Le ragazze hanno il contegno delle isolane: chiuse e contenute con le ciglia abbassate, e ad apertura di ciglia lampeggiare di occhi: colorito pallido, vita snella, andatura agile per quell’andare su per le mulattiere dei monti>.

Questa descrizione trova conferma dall’esame delle immagini di ragazze di Palinuro che con una naturale eleganza trasportano con noncuranza sulle loro teste pesanti contenitori di rozza ceramica, detti “Quarte”, e grossi e grevi pezzi di legno, questi ultimi da caricare su di una barca ormeggiata al porto (figure 7 e 8).

Maiuri, come se fosse un pittore, così descrive lo stato d’isolamento, all’epoca, di questo meraviglioso angolo di paradiso: <Palinuro è la naturale propaggine del massiccio montuoso formato dai monti di Bulgheria: è tagliata fuori da ogni comunicazione con l’interno: la ferrovia dopo Pisciotta piega decisamente, abbandonando la costa, verso l’interno, e con le due lunghe gallerie di Spina e di S. Cataldo attraversa i fianchi orientali del massiccio; la strada rotabile non va oltre Centola, ma il centro del massiccio è costituito da Camerota, la capitale di Bulgheria, e Camerota ha la sua marina accessibile dove riserva il vasellame delle sue anfore: la rotabile unisce anch’essa le pendici orientali e, dopo un cammino tortuoso, va a ritrovare la nazionale a Sapri, interrotta a Vallo della Lucania; da Paestum a Sapri non c’è una via litoranea che a tratti discontinui>.

Di fatto l’archeologo suggerisce di raggiungere Palinuro via mare approfittando dei gozzi a motore che partono da Ascea e Camerota Marina che vengono a comprare il pesce pescato dai pescatori, palinurensi nel corso di battute notturne essenzialmente con barche a remi.

Maiuri racconta come fosse giunto a Palinuro, in barca, da Caprioli un paesino, frazione di Pisciotta.

E’ probabile che egli si fosse fermato a Caprioli spinto dalla curiosità di visionare quella che comunemente si credeva fosse il Cenotafio di Palinuro (in località Torracca, Caprioli).

Nelle figure 9-a) e 9-b) sono riprodotte, rispettivamente, una fotografia che mostra lo stato attuale di questa struttura che appare in disfacimento e un’acquaforte di Franz Ludwig Catel che riproduce i resti del Cenotafio di Palinuro, così come apparivano nel 812.

Secondo alcuni storici questi ruderi sono i resti di un’antica tomba romana del II sec. d.C.

Il viaggio da Caprioli a Palinuro è così descritto da Amedeo Maiuri:

<A Palinuro si giunge più comodamente per via mare; le sue comunicazioni sono essenzialmente marittime, o con la marina di Ascea che spedisce il suo gozzo a motore a raccogliere il pesce della pesca notturna, o con la marina di Camerota. Noi s’andò a Caprioli dove ci attendeva la barca di Artemio: la madre, adusta, seduta al timone, con un chitone azzurro uno zendale bianco (?) sul capo per il sole e la calura, un volto scarno e fiero e vivido di buona razza lucana, che contrastava con quello biondiccio del figlio motorista e che rivelava l’origina slava. L’ho rivista d’un tratto alla fonte con l’anfora sul capo, e con quella compostezza di canefora (?) mi è sembrato che doveva essere la più bella donna di Palinuro> (vedi nota a piede di pagina.

Albina Pepoli, sopra menzionata, è mostrata con il marito, Giacomo Belonoskin (Jakov Belonozkin), profugo fuggito, a seguito della rivoluzione, dalla Russia, e con i due figli, Artemio e Maurina nell’istantanea scattata negli anni “30 (figura 10).

Artemio, pescatore di professione, d’estate utilizzava la sua barca per accompagnare i turisti a visitare le varie e interessantissime grotte che numerose si trovano lungo il promontorio di Capo Palinuro (Figura 11).

La barca in foto è molto probabilmente la stessa che accompagnò Amedeo Maiuri nel suo viaggio da Caprioli a Palinuro.

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(?) Nota a piede di pagina

-Chitoneun vestito di origine orientale confezionato con un telo di stoffa leggero cucito come un sacco senza fondo, stretto alla vita da un cordone e fermato alle spalle da due fibbie.

Zendale -scialle ampio e nero con lunghe frange, copriva il capo e le spalle. Veniva appuntato sulla testa con un fermaglio, mentre le frange venivano annodate come una sciarpa attorno al corpo.

Canefora – nome dato nell’antica Grecia alle fanciulle che nei riti sacri recavano sul capo canestri con oggetti del culto.

[da Enciclopedia Treccani on line]

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Le grotte, sopra citate, dovettero essere visitate dal Maiuri che a questo proposito ebbe a scrivere:

<Nell’antichità, la solitudine di quel promontorio in mezzo a quella selva irsuta di monti, ombrati di querce, doveva essere più greve: il

promontorio era di per sé minaccioso, con quelle caverne che si

aprivano tutt’intorno come antri di mostri marini e rumoreggiavano alla prima bava di vento e al primo assalto delle onde>.

In particolare egli nel suo racconto si sofferma sulla controversa leggenda che aleggiava sulla famosa “Grotta delle Ossa” così commentandola: <… cosicchè i più antichi scrittori lucani, dinanzi alle grotte ossifere del Capo, hanno pensato che fossero le ossa insepolte dei naufraghi delle due armate (si riferisce ai naufragi di flotte romane nel corso della 1° guerra punica e della flotta di Ottaviano n. d. a.).

Si tratta invece di depositi fossili di cervidi e di qualche grosso mammifero del quaternario, che vivevano in queste grotte, quando dinanzi al promontorio si estendeva un vasto piano acquoso e sabbioso, ora sommerso> (figura 12).

Quanto sopra è in accordo con la tesi di molti storici secondo cui l’area del promontorio di Palinuro sia stata sottoposta a un consistente fenomeno di bradisismo negativo; il livello del mare si è nei secoli innalzato portando all’abbassamento della linea di costa.

Maiuri finisce il suo resoconto sulla visita a Palinuro delineando la appassionante e non ancora chiarita, storia di <un synoikismòs di due cittaduzze, Palinuro e Molpa, unite da comuni interessi …. da comuni condizioni di vita e da necessità di difesa>.

Alla strana contemporaneità di quelle due piccole città, che battevano una comune moneta (figura 13), nell’area del promontorio egli fornisce la seguente brillante e suggestiva spiegazione: <…… la ragione di quella coesistenza ci è data dall’esame del luogo. I due fiumiciattoli che scendono dai monti, il Lambro …… e il Mingardo, separano nettamente dal promontorio un colle roccioso su cui sorge il castello che si chiama oggi di Molpa, e che domina la marina meridionale, cosicchè il promontorio viene a essere naturalmente diviso in due versanti, dominati a nord dal vero e proprio promontorio, e a sud dal colle isolato della Molpa fiancheggiato dal Lambro e dal Mingardo (figure 14-a) e 14-b): uno di questi, il Lambro, poteva essere in antico accessibile alla foce e offrire rifugio alle imbarcazioni: davanti, lo Scoglio del Coniglio fungeva anche da antemurale. Questa speciale conformazione del promontorio può rendere ragione della coesistenza delle due città e del loro unicismo politico e monetale: il regime dei venti e del mare imponeva l’approdo or dall’uno or dall’altro versante del promontorio, e le esigenze della difesa imponevano altresì che la sorveglianza venisse affidata a due distinti gruppi di difensori>.

La mappa di epoca aragonese mostrata nella figura 15, di cui il Maiuri non poteva essere a conoscenza, conferma le ipotesi di cui sopra. Infatti, sia nell’approdo del Porto sia in quello di Molpa, si osserva la presenza all’epoca medioevale di piccole isolette che a causa del bradisismo oggi sono sommerse. Inoltre le foci dei fiumi Lambro e Mingardo appaiono essere molto più aperte a formare una specie di estuario. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che i due fiumi fossero, in tempi remoti, navigabili dalla foce verso l’interno.

Nel concludere questo ricordo della visita di Maiuri a Palinuro non si può fare a meno di rilevare come egli sia stato capace, con un breve scritto, di fare notare la specificità di questo luogo evidenziandone gli aspetti paesaggistici, antropologici, di costume e storici.

Con la presente pubblicazione alcuni argomenti trattati nel “diario di visita” del grande archeologo sono stati arricchiti con una pertinente documentazione fotografica, risultato di un’approfondita ricerca di archivio.

Questo ha portato allo sviluppo di effetti sinergici derivanti dall’integrazione tra la lettura degli scritti e la visione delle immagini.

Ci si auspica che tutto quanto sopra possa contribuire:

1) ad una migliore conoscenza della configurazione urbanistica del villaggio di Palinuro e del paesaggio, al contorno, intorno agli anni “40 – 50;

2) a recuperare la memoria di quelle che erano alcuni dei costumi e tradizioni che vigevano fino alla fine del secondo dopoguerra.

Il presente studio rientra in un’articolata ricerca basata sulla tesi che la conoscenza del passato sia presupposto fondamentale per progettare lo sviluppo sostenibile e appropriato di un territorio rispettandone la storia e le specificità ambientali.

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